Ustica sul finire del ‘400 fu abbandonata dalla comunità di contadini raccolta intorno al convento dei Benedettini, a causa dei frequenti assalti dei barbareschi. L’isola divenne così covo dei corsari che insidiarono pesantemente il commercio marittimo. Per contrastare le loro incursioni, si rese dunque necessario ripopolarla e fortificarla. Ne aveva discusso il Parlamento Siciliano già nel 1597, ma solo Carlo III, re di Napoli e di Sicilia, diede l’impulso decisivo. Acquisita l’isola dalla Mensa Arcivescovile, il 4 aprile 1759 il Re promulga la decisione della colonizzazione dell‘isola, ordinando una ricognizione, eseguita, poco dopo, dall’ingegnere Valenzuola, assistito da tre colleghi, tra cui Andrea Pigonati. Il 14 marzo 1761venne pubblicato il bando di popolamento che prometteva ai coloni tre salme di terra per famiglia, l’esenzione delle tasse, la difesa militare e l’assistenza tecnica. Un gruppo di Liparoti, allettati dalle promesse, nell’ottobre del 1761 “con quattro barchette dette paranzelle contenente ognuna 15 persone, munite di un solo cannoncino per ogni paranza e di fucile per ogni uomo” sbarcò con donne e bambini nell’isola prendendone arbitrariamente possesso. Nella primavera successiva i corsari tentarono più volte di cacciare gli intrusi, ma furono respinti. Una relazione pubblicata in quegli anni riferisce che i Liparoti accolsero “a cannonate due galeotte il 5 agosto 1762, a focilate una Fregata Tripolina che scaricò molte cannonate contro l’Isola con mitraglia e palle” e così ancora nei giorni successivi. Il 22 agosto successivo i coloni sostennero una battaglia lunga un’intera giornata contro cinque Galeotte, infliggendo gravi perdite ai corsari che fuggirono verso la Sardegna minacciando vendetta. Immediatamente i colini informarono il Viceré a Palermo, chiedendo rinforzi. Ma invano! Giunse solo un po’ di polvere da sparo. Di certo sull’isola nessuno si illudeva che i barbareschi avessero rinunziato al dominio sull’isola ed alla vendetta. Fu quindi disposta un’attenta vigilanza sulle coste, ma quello che ognuno temeva trovò compimento la notte dell’8 settembre del 1762. Da una flottiglia tunisina sbarcarono infatti nella cala ai piedi dell’Omo Morto un gran numero di corsari: vennero uccise le sentinelle e i coloni, sorpresi nel sonno, finirono incatenati nelle stive delle galere nemiche. Solo pochi si sottrassero alla cattura nascondendosi nelle grotte. Poche notizie sul numero esatto dei catturati. Si disse che ne vennero deportati una settantina, ma è più probabile che fossero un centinaio, senza contare i morti. I superstiti, circa una quarantina, sul far dell’alba del giorno seguente raggiunsero con immensi rischi Palermo per darne notizia. Il Viceré dispose l’immediata partenza di navi che non raggiunsero mai Ustica per viltà del comandante, ed i liparoti catturati a Ustica giunsero schiavi in Tunisi, governata allora da Alì-Bey. Per i coloni tratti in schiavitù iniziò, così, una vita di stenti e sacrifici e la lunga attesa della liberazione, raggiunta solo da pochi. Il carteggio con i Cappuccini di Tunisi, coinvolti per il riscatto, ci restituisce qualche informazione: due anni dopo l’evento ancora non si conosceva l’elenco dei deportati, si sollecitava “la salvezza [...] de’ poveri usticani, il cui maggior numero [...] composto di bambini, ragazze e donne” esposti all’abiura come aveva già fatto “Antonio Taranto Ragazzo di anni 18 in circa”; si sottolineava inoltre il maggior pericolo cui erano esposte “Maria, e Giovanna Florio sorelle, e Bartolomea Martello [...] tutte e tre Ragazze, che non arrivano all’anni 20 per cadauna, di avvenente figura, epperò continuamente sollecitate con tutti i possibili indegni mezzi da Barbari ad adempire le abominevoli loro voglie, e divenire musulmane [...]”. I coloni catturati fecero ritorno, e non tutti, solo nel 1771, dopo nove anni di dura schiavitù: tra iriscattati si individuano i nomi di Giovanna Florioe di Bartolomea Martello, ma non quello di Anna Maria, forse costretta ad un matrimonio barbaresco, previa la rituale “spontanea” abiura o venduta.

L’originale dipinto in cartone è presso l’Hotel Grtta Azzurra; la stampa è stata curata dal Centro Studi nel 2007.


Tratto dagli articoli di Flavio Russo pubblicati in“Lettera” n. 15-16 dicembre 2003-aprile 2004 e n. 17-18 agosto-dicembre 2004.