L’epidemia di colera del 1837

Il colera, caratterizzato da violente scariche diarroiche, febbri alte, vomito e collassi, portava inesorabilmente alla morte (il bacillo sarà isolato da Koch solo nel 1882). Il morbo s’era generato nel 1817 in India e, mietendo milioni di vittime, aveva attraversato la Cina, la Russia e l’Europa per giungere a Napoli nel 1836. Il 7 giugno 1837 esplose, improvviso e violento, a Palermo, facendo strage. La Sicilia dovette contare 69.000 vittime, e cioè un decimo della sua popolazione, la provincia di Palermo oltre 40.000 e di esse 24.000 nella sola capitale, che ebbe punte di milleottocento decessi in un solo giorno.

Ma non bastò. In Sicilia altri morti si ebbero per effetto di incredibili convincimenti che si andarono affermando tra il popolo. Serpeggiava la diceria (oggi diremmo fake news), colpevole la superstizione, la credulità e la spregiudicatezza di taluni oppositori politici, che il colera fosse stato propagato con veleni diffusi da untori istigati da funzionari governativi e, addirittura, dallo stesso re che voleva usare il colera come strumento per tenere a freno i siciliani. «Il colera asiatico era borbonico» annunciava un proclama della Giunta Provvisoria di Catania.

L’avversione contro casa Borbone, colpevole di non aver mai soddisfatto le aspettative di autonomia dei siciliani, irruppe ancora una volta con furia e rabbia provocando atrocità sanguinarie e inaudite violenze. Venne aggiunto così dolore a dolore, morte a morte, tragedie a tragedie e a furor di popolo vennero uccisi funzionari, esattori e borghesi. Di contro, seguì da parte governativa una violenta repressione e tribunali di guerra ordinarono immediate fucilazioni dei facinorosi che quei crimini andavano praticando.

E Ustica?

Ustica, per sua fortuna, fu indenne da rivolte popolari e da atti inconsulti ma fu colpita anch’essa dal mortale “cholera morbus”, malgrado il rigido cordone sanitario vigilato con rigore dal sindaco e dalla comunità. A nessuna barca era stato consentito l’attracco, a nessun forestiero un benché minimo contatto con gli isolani. Eppure, il 23 luglio il colera iniziò la sua strage anche ad Ustica. Il bacillo per vie misteriose era giunto anche nell’isola, vi permarrà per poco più di due mesi seminando morti e sfiducia. L’isola visse giornate terribili, si dovettero registrare 87 decessi tra la fine di luglio e la fine di settembre, di cui la metà nei dieci giorni tra il 13 ed il 23 agosto; si arrivò ad averne otto in un solo giorno.

Encomiabili il parroco Russo ed i sacerdoti Palmisano, Calderaro e Rando: furono «ministri di un Dio di carità e di amore sfidando la morte a pro dei languenti fratelli» scrive il Tranchina nella sua storia di Ustica. Altrettanto encomiabile il sindaco Giacino, al quale il colera pose la drammatica urgenza del seppellimento dei colerosi e della individuazione di un nuovo sito lontano dal centro abitato, essendo estremamente pericoloso usare la cripta come allora si faceva. La sua scelta, pur fatta nell’urgenza, si dimostrò idonea e nel sito venne poi sistemato il cimitero dell’isola dove poi furono traslati i resti dei morti seppelliti nella cripta. Ne fa memoria la lapide apposta nel 2006 dal Centro Studi a sinistra dell’ingresso.

Tratto da http://centrostudiustica.it/images/PDF/pdf-copertine-rivista-lettera/Lettera-N.-28-29-Anno-IX-Gennaio-Agosto-2008/L28-29_Sto_Colonizzazione_1830-1840_Ailara.pdf

 

Giornale di Sicilia del 13-14 luglio 1896


«Ustica-12 (Falconiera)- Un mezzo busto antico
L’altro ieri in un fondo della contrada Falconiera, di proprietà della signora Antonelli Marianna, vedova del Capitano Lopez [Antonino n. 1842?], in atto affittato a tal Natale Salvatore, si è trovata una testa artistica di marmo con porzione del mezzo busto, eseguita con grande squisitezza. Si giudica che possa appartenere all’arte greca o romana.
La faccia è di un tipo romano e dalla fierezza dei lineamenti possa essere il ritratto di qualche senatore, console o patrizio romano» 
 
 
 Giornale di Sicilia 24-25 sett. 1904

«L’aeromoto di Ustica
Ustica. 23- (ritardato). Nel pomeriggio si è scatenato nelle campagne a sud ovest dell’isola di Ustica un violento aeromoto che ha distrutto molte case abitate.
Sono stati estratti dalle macerie un morto e 45 feriti, tra i quali si trova il colonnello della riserva Gostel.
Le autorità si sono recate sul luogo del disastro.

La truppa lavora attivamente per il salvataggio»

 
Nella ricorrenza del 120° della nascita di Angela Ailara Natale (24 maggio 1900)

I Catanedda di vino cotto: Una ricetta di zia Angelina

Chiedo a mia zia Angelina: «Ti ricordi come si facevano i catanedda di vinu cottu

«Ah, li faceva mia nonna Angela Longo Ailara. E tu sai perché ti chiami Vito? Il padre della nonna di tuo nonno era Vito Longo, il primo Longo che è venuto ad Ustica; ha avuto tre maschi e sei figlie femmine. I maschi erano Nicola, avvocato, padre del cap. Vito, Pietro, il prete domenicano, e Giovanni che emigrò in America e poi in Francia. Le femmine erano Arcangela che sposò... Non mi ricordo... Grazia sposò Roberto Lopez, Caterina sposò Furitano, Teresita sposò Giovanni Interdonato di San Ferdinando ora Nizza, Giuseppa sposò D’Albora della Salina, Angela sposò in prime nozze Gaetano Ailara, nipote del primo sindaco di Ustica, da cui ebbe tre figli e, in seconde nozze, il cognato Giuseppe da cui ebbe nove figli, tra cui Vito, mio nonno».

Le sue parole mi trasportano nel lontano passato: Giovanni Interdonato infatti fu un protagonista del Risorgimento siciliano: nel 1848 organizzò nel messinese un esercito di liberazione; il fallimento dell'impresa lo costrinse in esilio a Malta; rientrò per animare la rivolta ma l'impresa non riuscì e venne condannato al carcere e poi al confino politico di Ustica; qui nel 1858 sposò Teresita Longo; nel 1860 fu chiamato da Garibaldi per guidare col grado di colonnello un'armata. Con l'Unità d'Italia fu sindaco del paese nativo, San Ferdinando, cui cambiò il nome in Nizza di Sicilia, in omaggio al Generale Garibaldi.

Ma la ricetta?

«Come ti dicevo-riprende mia zia- i catanedda di vino cotto li faceva mia nonna Angela. Mentre il mosto cuoceva sul cufularu, mia nonna impastava la farina col mosto in cottura, la lavorava in modo da ricavarne dei cordoncini come un grissino, li tagliava, ne collegava le estremità ad anello e poi li appiattiva sullo scannaturi. Erano così pronti per essere messi a cuocere dentro il mostro in ebollizione. Quando il mosto diventava vino cotto, i cutanedda erano pronti per essere mangiati. Gommosi e dolcissimi attraevano noi bambini per gustarli caldi caldi».

Vito Ailara

Da Newsletter n. 4 dicembre 1998